domenica 13 maggio 2012

Il fuoco greco comincia a scottare



11 maggio 2012
EL PAÍS MADRID

http://www.presseurop.eu

traduzione
Andrea De Ritis

Di fronte alla crisi politica greca l’idea dell’uscita di Atene dall’Unione monetaria riprende quota. In realtà sarebbe un disastro: il rischio di contagio è più alto che mai e le ripercussioni geopolitiche sono incalcolabili.











Questa Europa non concede un attimo di respiro, come se odiasse la prevedibilità che per decenni ha fatto in modo che la gente comune non le prestasse la minima attenzione. Sono passati pochi giorni da quando la vittoria di Hollande in Francia ha acceso un barlume di speranza e già ci troviamo nuovamente alle prese con i due problemi che caratterizzano più di tutti gli altri questa crisi. 
Da un lato la fragilità dei sistemi politici, che come in Grecia si autodistruggono nel tentativo di convincere la popolazione a sottomettersi a un’austerity senza limiti né prospettive e a sostenere gran parte del peso della crisi. Dall’altro lato, come in Spagna, la fragilità di buona parte del sistema finanziario, conseguenza di un decennio di eccesso di liquidità, cattiva gestione e pessima supervisione. 
Questi due punti deboli si sommano e si alimentano a vicenda, creando una situazione insostenibile: in Grecia la prospettiva di una revisione dei termini del piano di salvataggio avvicina lo scenario di un’uscita di Atene dall’eurozona, in Spagna l’instabilità finanziaria e la sfiducia sulla scena internazionale compromettono il buon esisto delle riforme e degli tagli alla spesa, che oggi rappresentano l’unico obiettivo del governo.
Per mantenere la Grecia nell’euro ed evitare una reazione a catena che colpirebbe duramente la Spagna, i governi dell’eurozona dovrebbero prendere decisioni radicali e realizzare misure in grado di rassicurare i mercati sul futuro della Grecia all’interno dell’euro, o almeno convincerli che l’abbandono di Atene sarebbe un fatto isolato. 
Ma la verità è che i leader europei non hanno messo a punto alcun firewall adeguato, e i mercati non credono a nessuna delle loro affermazioni. Questo preoccupante pessimismo ha cominciato a contagiare molti esponenti delle istituzioni europee, e intanto Grecia e Germania sono ormai al limite dello sforzo: da un lato c’è la spossatezza dell’austerity greca, dall’altro quella della solidarietà tedesca.
È assolutamente necessario fermarsi e analizzare la situazione a mente fredda: l’uscita della Grecia dall’euro sarebbe  una catastrofe, per i greci e per gli altri popoli che vivono nei paesi dell’eurozona. Le condizioni di vita dei greci peggiorerebbero ulteriormente, e i partiti estremisti diventerebbero ancora più forti. Anche se formalmente la Grecia farebbe ancora parte dell’Unione europea, l’uscita dall’eurozona comprometterebbe tutte le politiche su cui si basa la sua appartenenza all’Ue, specialmente quelle per il mercato interno. In sostanza Atene sarebbe tagliata fuori dall’Unione.
Inoltre bisogna valutare le conseguenze sul piano geopolitico: proprio mentre l’Ue cerca di attirare nella sua sfera i Balcani occidentali e si prepara all’adesione della Croazia dopo un lungo periodo di turbolenze, l’uscita della Grecia dall’eurozona aprirebbe un nuovo fronte di instabilità in una regione già di per sé difficile da gestire. Psicologicamente i greci identificherebbero il progetto europeo con un fallimento, e logicamente vorrebbero allontanarsene il più possibile. 

Hollande è in ritardo

La dis-europeizazione della Grecia potrebbe dare slancio le forze anti-occidentali – che storicamente nel paese sono più solide che in altri stati vicini dell’Europa del sud come Spagna, Italia o Portogallo – con importanti ripercussioni in materia di sicurezza. L’appartenenza della Grecia alla Nato potrebbe essere messa in dubbio, e l’ascesa del nazionalismo potrebbe inasprire le tensioni con Turchia e Macedonia.
Per il resto d’Europa le conseguenze sarebbero altrettanto terribili. L’“uscita controllata” (eufemismo molto di moda di questi tempi) nasconde la speranza cinica che i greci siano un’eccezione. Nella sostanza, però, l’uscita della Grecia dall’eurozona sarebbe assolutamente intempestiva, soprattutto considerando la grande vulnerabilità di Portogallo, Italia e Spagna, dove i tagli alla spesa pubblica hanno colpito duramente la popolazione, le riforme non hanno ancora dato risultati apprezzabili e il pacchetto per la crescita è ancora in fase di discussione. In altre parole, l’uscita della Grecia arriverebbe nel momento peggiore, quando il suo fattore di contagio è massimo e le probabilità di isolamento minime.
La Commissione europea sta cercando di mettere a punto il più rapidamente possibile un pacchetto di misure per stimolare la crescita, e spera in questo modo di suscitare un sentimento di speranza nei popoli d’Europa. Il pacchetto dovrebbe comprendere fondi strutturali, prestiti della Banca europea per gli investimenti (Bei) e un nuova flessibilità per gli obiettivi di riduzione del deficit. Con un occhio a ciò che succede in Grecia, l’ottimismo suscitato dalla vittoria di Hollande, che ha portato una ventata d’aria fresca a Bruxelles, convive con una domanda angosciante: e se Hollande fosse arrivato troppo tardi?

giovedì 3 maggio 2012

L’importanza della sovranità monetaria

di: PierGiorgio Gawronski


 Nei mesi scorsi la Bce ha “stampato moneta”, ben 214 mld., per sostenere sui mercati finanziari i prezzi – limitare gli spread – dei titoli del debito pubblico di Italia, Spagna, e altri paesi europei. Non riuscendovi, ha immesso altri 1000 mld (Ltro) per salvare il sistema bancario e gli Stati europei dal fallimento. In Gennaio Scalfari – in alcuni editoriali ispirati dai suoi contatti in Banca d’Italia – annunciava trionfalmente: “la fiducia nel nostro debito sta tornando”! 

Ma il calo degli spread è stato parziale ed effimero. Oggi possiamo dire: come previsto, il tentativo è fallito.
Costi alti, pochi benefici (anche al confronto con altre banche centrali): un sicuro segnale d’inefficienza.
Che fare?
La Bce potrebbe risolvere la situazione, azzerare gli spread (non solo ridurli) spendendo 50 cent. È il costo dell’inchiostro di un comunicato stampa che annuncia la garanzia della Bce sui titoli pubblici.
La Bce è l’unica al mondo in grado di offrire tale garanzia, eliminando alla radice il “rischio di default” e gli spread che ne derivano.
Alcuni dettagli tecnici (saltate pure). Ad essere garantiti sarebbero solo i titoli di nuova emissione; quelli già sul mercato determinano una spesa pubblica per interessi ormai fissa fino a scadenza, quindi non ci interessano

- emessi fra oggi e il 2015
- di durata limitata (5 anni)
- emessi da paesi con spread superiori ai 200 bp sui titoli decennali
- emessi da paesi con i bilanci pubblici strutturali in buone condizioni, solventi, come Italia e Spagna; e/o disposti ad entrare in un programma speciale di disciplina fiscale, con temporanee cessioni di sovranità fiscale.
- Per i paesi non solventi (a causa del debito eccessivo), la Bce offrirebbe la garanzia solo dopo una ristrutturazione (riduzione) del debito a livelli sostenibili.
- La garanzia può limitarsi al 20% della somma dovuta: difficile infatti che Italia o Spagna restituiscano ai creditori meno dell’80% del dovuto.
La disciplina fiscale si applicherebbe ai bilanci strutturali; lasciando margini per le politiche anticicliche (Romer).
Le cessioni di sovranità scatterebbero solo quando non fossero rispettati i patti.
I titoli garantiti dalla Bce resterebbero tali fino a scadenza (altrimenti che garanzia è?): ma la Bce potrebbe sempre rifiutarsi di garantire i titoli successivi, se il paese in questione non rispettasse i patti.
Per maggiore sua tutela, la Bce potrebbe annunciare che: solo fra sei mesi offrirà la sua garanzia ai titoli emessi oggi, solo se il paese realizzerà nel frattempo le manovre concordate. Se i risparmiatori vedranno che le manovre si fanno, anticiperanno l’arrivo della garanzia, e gli spread crolleranno subito.
Nel caso peggiore, ed inverosimile, in cui la Bce garantisse i titoli emessi da tutti i Piigs nel 2012-2015, e poi fosse costretta a onorare tutte le garanzie offerte (i Piigs facessero default su tutti i titoli garantiti per almeno il 20% delle somme dovute), il costo per la Bce sarebbe di circa 250 mld. Molto meno dei costi attuali, in cambio di benefici enormemente superiori: risolutivi.
Grazie a questa manovra di quasi azzeramento degli spread, il rapporto debito/Pil, ad es. in Italia, comincerebbe a scendere senza altre manovre. L’economia si rinfrancherebbe, generando maggiori entrate fiscali, rinforzando il circolo virtuoso. Inoltre la Bce (e le banche: tedesche, francesi, ecc.) farebbe profitti stellari con la rivalutazione dei titoli Piigs in portafoglio. A tutto beneficio dei suoi azionisti: Germania in testa. La crisi – finanziaria – sarebbe risolta.
Le altre banche centrali non hanno bisogno di fare comunicati stampa. Nei paesi che conservano la sovranità monetaria è scontato che le banche centrali non tollereranno mai un default dello Stato. Per questo lì la crisi degli spread non è mai nata, anche in condizioni fiscali peggiori delle nostre (Fig.2). La Bce invece ha detto e ripetuto che in caso di default non sarebbe intervenuta. Ha minato la fiducia: deve recuperare il terreno perduto. Perché non lo fanno? Perché non vogliono farlo. Quest’analisi sarà oggetto del mio prossimo post.
I neo Hooveriani vi diranno che – per una sequela di astrusi pretesti teorici, politici, legali – tutto ciò non si può fare: i soldi alle banche bisogna continuare a darli. Ma allo stesso tempo, dicono di voler limitare la quantità di moneta: intendono quella in mano alla gente; quella che potrebbe rilanciare l’economia.
Analizzano la moneta M dal solo lato dell’offerta (la quantità di M immessa). Dietro alle loro analisi c’è un’ipotesi nascosta: la stabilità della domanda di moneta (la quantità di M necessaria all’economia per funzionare bene). Se la quantità di moneta “giusta” non varia, un aumento dell’offerta di M non può che causare un eccesso di domanda di beni e servizi, oltre le capacità produttive, provocando inflazione, iper-inflazione. Citeranno Weimar, lo Zimbabwe! Attribuiranno ai loro interlocutori l’intenzione di stampare moneta all’infinito.
Ma se invece la domanda di liquidità (M) fosse fortemente aumentata, dall’esplosione della crisi del 2008 in poi? In tal caso, laddove l’offerta di M non si fosse adeguata, questa sarebbe una politica destabilizzante nel senso contrario: provocherebbe crisi finanziarie, depressione della domanda (consumi) e recessione. Qual è la verità sulla moneta?
Domandatevi: i problemi delle famiglie, delle imprese, dello Stato, sono causati dall’inflazione o dalla recessione?

lunedì 23 aprile 2012

George Soros ed il colpo di Stato patriota della Bundesbank


Soros: “Punto contro l’euro”. Ma la Germania ne uscirà. 

George Soros ha lanciato una guerra totale contro la Bundesbank.
Nella sua ultima intervista a Le Monde

George Soros ha detto che fosse ancora un investitore in attività, adesso scommetterebbe contro leuro. Perlomeno fino a che non ci fosse un cambiamento nella guida o nella politica europea.
«Leuro minaccia di distruggere lUnione Europea ed i capi, con le migliori delle intenzioni del mondo, cercando di imporre delle regole inappropriate stanno guidando lEuropa alla rovina. Lintroduzione dell’euro invece di portare ad una convergenza, ha portato ad una divergenza. I Paesi più fragili delleurozona hanno scoperto di trovarsi in una situazione da Terzo Mondo, come se avessero contratto debiti in una valuta straniera, con leffetto imprescindibile di avere un rischio reale di bancarotta. Il cercare di far rispettar loro delle regole che non funzionano non fa che rendere le cose ancora peggiori. È triste, ma le autorità non si rendono conto della cosa. Mario Draghi, con la sua iniezione di liquidità da 1 trilione di euro – per mezzo di prestiti triennali – ha messo in atto delle misure straordinarie; ma gli effetti di questa operazione sono stati neutralizzati dalcontrattaccoda parte della Bundesbank. Dando un occhio ai bilanci della Banca Centrale Europea, la Bundesbank si è resa conto che rischiava grosse perdite se leuro si fosse inflazionato, conseguentemente si è opposta a questa politica LTRO (Long-Term Refinancing Operation, operazione di rifinanziamento a lungo termine, ndt). Auguriamoci che questa non diventi una profezia che si auto-avvera».

Quanto sopra fa seguito ad una intervista rilasciata venerdì scorso alla Süddeutsche Zeitung, nella quale Soros ha accusato i burocrati della Bundesbank di essere pronti a mettere al tappeto l’euro, andando ben oltre la propria autorità politica e costituzionale.

Campo nel quale, Soros, ha una certa esperienza. Per esempio, il segnale in base al quale lanciò nel settembre 1992 – fra gli altri – il suo attacco speculativo contro la Sterlina e la Lira fu quando il capo della Bundesbank – Helmut Schlesinger – disse ad Handelsblatt che le due valute avevano, all’interno del sistema dei tassi di cambio, un rapporto costo/ritorno su crescita (ERM peg; indica il rapporto fra il costo di un’azione – o valuta – il rendimento previsto e le probabilità di una sua crescita di valore, ndt) sopravvalutato. Quindi si sarebbe dovuto procedere ad un riallineamento (verso il basso).

Era il chiaro segnale che la Bundesbank non intendeva intervenire sui mercati a difendere tale situazione, cosa che invece fece poi nei confronti della Francia. Soros in quel momento era già al ribasso sulla Sterlina per 1,5 miliardi di USD. La mattina dopo alzò massicciamente la sua puntata. «Prendiamoli per la gola» disse al suo socio Stanley Druckenmiller.

La storia è vividamente raccontata nel nuovo libro di Sebastian Mallaby Più Soldi di Dio: i Fondi di Investimento e la creazione della Nuova Elite.

Certo, possiamo criticare la condotta della Bundesbank in tale situazione. Tecnicamente la banca rifiutò di sostenere le proprie obbligazioni ERM, ma è un’argomentazione dura da sostenere: le fu chiesto di appoggiare una soluzione insostenibile.

Il governo britannico aveva infatti legato la sterlina al marco tedesco, una miscela di incapacità e di sfortuna, dato che i cicli economici dei due Paesi divergevano pesantemente essendo la Germania diretta ad una crescita eccessiva rispetto alla richiesta aggregata, mentre all’opposto il Regno Unito aveva davanti il crollo del mercato immobiliare dopo la crescita economica della fine degli anni ‘80 (Lawson boom, ndt). (Non era il tasso di cambio ad essere sbagliato, era il tasso di interesse ad esserlo, e questa è una distinzione fondamentale ). Il comportamento della Bundesbank fu una liberazione per l’nghilterra ed avrebbero dovuto fare Soros Cavaliere e conferire un titolo nobiliare al dottor Schlesinger.

La situazione attuale, invece, è più ambigua, e molto più pericolosa.

Jens Weidmann, attuale capo della Buba (BUndesBAnk, ndt), mercoledì ha dato alla Reuters un’intervista così dura da sfiorare il ridicolo. È sembrato suggerire che le crisi spagnola ed italiana, così in rapida crescita, non siamo assolutamente sua responsabilità e che lui non c’entri nulla né con la Bundesbank nè con la Banca Centrale Europea.

Ha dichiarato: «Non dobbiamo annunciare la fine del mondo ogni volta che il tasso di interesse a lungo termine di un paese supera temporaneamente il 6%».

Ed ha proseguito: «Questo è anche uno sprone per i governanti dei Paesi interessati a fare il proprio dovere ed a riconquistarsi la fiducia (del mercato), perseguendo la via delle riforme».

Non sono cose nuove. L’anno scorso, quando esplose il mercato dei titoli spagnoli ed italiani, rese le stesse dichiarazioni. In quella occasione, Mario Draghi cercò di porre rimedio ai danni, lanciando il suo colpo di mano di rifinanziamento a lungo termine (LTRO), per prevenire l’imminente collasso dei sistemi bancari dei paesi (definiti) del ClubMed, (imminente collasso) che Draghi indicò come un primario e molto grosso crollo del credito, cosa che fece guadagnare un 4 o 5 mesi di tregua.

Adesso Weidmann dice che il sistema di acquisto di titoli di Stato da parte della BCE ha raggiunto i limiti e che non è compito della Banca Centrale di garantire un particolare tasso di interesse per una specifica nazione.

Francamente, penso che la data di vendita di queste panzane ideologiche sia scaduta, ed ugualmente sia scaduto il firmamento politico mondiale, a partire dal Fondo Monetario Internazionale per proseguire con la Federal Reserve e finire con le autorità cinesi. In questo stadio finale di una crisi sistemica nella quale la Germania è – ed è sempre stata – un protagonista centrale, un legalismo vuoto accompagnato da sofismi accademici ben difficilmente risolverà la questione.

È vero: è in corso una partita di poker: ed il parlar duro (di Jens Weidmann) probabilmente serve a tenere sulla graticola Spagna ed Italia. Una tale strategia, però, presuppone che la Spagna sia in grado di portare avanti la terapia fiscale sconvolgente prescrittale dall’Unione Europea – in base alle attuali disposizioni – (pur) avendo una disoccupazione che oramai tocca il 23,6% e cattivi debiti nel sistema bancario ad un tasso dell’8,2%, in rapida salita.

Non mi è chiaro che cosa voglia ottenere Weidmann, a meno che non sia il voler far precipitare il più presto possibile in una crisi drammatica e definitiva.

La Bundesbank è ora sotto di 616 miliardi di euro nei suoi crediti Target2 (TARGET: Trans-European Automated Real-time Gross Settlement Express Transfer System, sostituito nel novembre 2007 dal TARGET2; è il sistema di regolamento dei pagamenti su base quotidiana fra Stati europei, ndt), (fondamentalmente si tratta di trasferimenti fatti alle Banche Centrali di Irlanda e dei Paesi del cosiddetto ClubMed, per compensare la fuga di capitali). Tale valore è schizzato su di 68 miliardi di euro in un solo mese.



Se l’Unione Monetaria Europea regge, questi crediti sono solo un dettaglio contabile. Chiunque accusi una perdita, questa sarà suddivisa nella famiglia delle Banche Centrali, dunque potrebbe essere gestita anche l’uscita della Grecia.

Ma se la Germania se ne va, le rivendicazioni (i crediti) sarebbero difficili da essere pretesi e sarebbero praticamente inesigibili. I contribuenti tedeschi si troverebbero a dover accusare gravissime perdite. Dunque, più a lungo la cosa va avanti, più alto è lo sbilancio nei crediti TARGET2, più difficile per la Germania il tirarsi fuori dall’euro.

Come mi ha detto un banchiere tedesco, TARGET2 è l’anello al naso della mucca Germania. E tiene alla corda la mucca del contante. Perciò, se i falchi alla Bundesbank vogliono forzare una via d’uscita, devono agire molto presto oppure la porta si chiuderà e si chiuderà per sempre.

Non c’è nulla di sorprendente se Soros segua con la massima attenzione il Weidmann.

Ci sono alcuni che sostengono che la Bundesbank sia impegnata in una sorta di resistenza – o di colpo di mano – patriottici. Mi astengo, ma se fosse così, sarebbe una situazione veramente strana.

Ma chi sta guidando la Germania? Il Cancelliere Federale incaricato della politica estera del Paese e del destino strategico, sta rendendo conto al Bundestag? O la Bundesbank rende conto a quella che ritiene un’autorità superiore – la Costituzione tedesca e le sue leggi – invocando le decisioni della Corte Costituzionale (Verfassungsgericht) contro gli abusi da parte delle leggi del trattato dell’Unione Europea (che alla fine ha senza dubbio uno status giuridico inferiore, o forse nessuno stato giuridico visto che è solo un accordo di trattato)?

In questo caso, dunque, chi è il legittimo difensore della sovranità nazionale tedesca, costruita sulla Costituzione?

È uno spettacolo notevole. Potresti certamente sostenere che Weidmann stia agendo da ultimo difensore dello Stato e della nazione tedesca, ed in effetti sta difendendo quello stato delle cose stabilito nel dopoguerra che ha costituito per mezzo secolo l’ancora per la libertà e la democrazia della Germania. Ed ha pienamente ragione nel temere che i meccanismi dell’Unione Monetaria Europea stiano sovvertendo il sistema di governo della Germania.

Però, è altrettanto chiaro che il suo atteggiamento minaccia di far scoppiare una bomba atomica. La Cancelliera Merkel, può permettere alla Bundesbank di fare una cosa del genere all’Unione Monetaria Europea? Oppure è proprio lei che sta andando oltre ai limiti imposti dalla Costituzione e che sta tradendo la democrazia della Germania?

Domande difficili. I lettori tedeschi sono i qualificati a rispondere.

Io sospetto che la situazione reale nell’eurozona abbia raggiunto un punto nel quale esistano solo due opzioni:

1) una fine concordata degli Stati dell’eurozona (che confluiscono in) un unico debito, bilanci in comune, tassazione congiunta ed unione fiscale. In altre parole gli Stati, le nazioni, si autoaboliscono (lasciando solo il guscio), e la Germania deve cessare di esistere sotto qualsiasi forma che abbia un qualsiasi valore. Questa soluzione è da sempre implicita nella logica dell’Unione Monetaria Europea e ci stiamo avvicinando al momento in cui tale decisione deve essere presa.

2) Il sistema viene fatto a pezzi. Dal punto di vista della Germania, TARGET2 vuol dire che se la cosa va fatta, almeno che sia fatta alla svelta. E forse, molto alla svelta.

Tutto il resto è aria fritta e pie illusioni. Al di là di qualsiasi copertura di fumosa retorica, Weidmann sembra capire perfettamente questo punto fondamentale. Dobbiamo rallegrarci con lui o dovremmo tremare?

mercoledì 22 febbraio 2012

Manolis Glezos, l’ultimo partigiano


Manolis Glezos in parlamento, febbraio 2012
Manolis Glezos in parlamento, febbraio 2012


EL MUNDO
 MADRID



Una notte del 1941 salì sull'Acropoli occupata dai tedeschi per ammainare la bandiera nazista. Settant'anni dopo è ancora in prima linea per combattere l'ennesima aggressione al suo paese.


Thodoris Georgakopoulos

 In Grecia tutte le manifestazioni hanno qualcosa in comune: si svolgono in piazza Syntagma e la maggior parte dei manifestanti sono cittadini pacifici, scandalizzati dai piani di rigore e dall'incapacità della classe politica di gestire una catastrofe finanziaria senza precedenti.

Ma c'è anche un'altra similitudine. Ogni volta c'è un vecchio manifestante scatenato, sempre in prima fila anche se non è un capo. È una figura di primo piano ma anche di un semplice cittadino. È anziano e debole, ma impegnato come tutti gli altri e spesso si trova nelle situazioni più complicate.

Nel marzo 2010 un poliziotto gli ha sparato contro del gas lacrimogeno e ha dovuto essere portato al sicuro. Anche questo mese ha subito la stessa aggressione, nello stesso posto. È svenuto e hanno dovuto portarlo all'infermeria del parlamento. La polizia lo considerata un agitatore. Si chiama Manolis Glezos e da 70 anni conduce la stessa battaglia. Oggi ne ha 89.

Quattro grandi eventi hanno caratterizzato la storia contemporanea della Grecia: l'occupazione nazista, la guerra civile, la dittatura militare e il crollo del sistema finanziario. Glezos li ha vissuti tutti e quattro. L'evento che lo ha segnato per sempre riguarda la sua giovinezza.

Nella notte del 30 maggio 1941, mentre i nazisti occupavano il paese, Glezos è salito di nascosto in cima all'Acropoli passando per una grotta con Lakis Santas, compagno di lotta e amico. Insieme sono riusciti ad ammainare la bandiera nazista dal pennone e a scappare senza che le guardie si rendessero conto di nulla.

Il valore simbolico del gesto fu enorme. Questo semplice atto di sfida, durante uno dei periodi più oscuri della guerra, si è trasformato in una luce di speranza per tutte le nazioni occupate del mondo. La fine della Seconda guerra mondiale non ha però significato la fine delle sofferenze per la Grecia. Fu seguita da una guerra civile di quattro anni fra l'esercito della nuova repubblica greca e i partigiani comunisti.

Il conflitto ha lasciato il paese ancora più diviso e debole. Glezos era un membro di spicco del Partito comunista e il direttore del suo giornale ufficiale. In quanto tale è stato più volte incarcerato, per due volte è stato condannato a morte ed è stato eletto deputato quando era ancora in prigione. In totale ha passato quasi 16 anni in carcere o in esilio.

"Manolis Glezos è il simbolo della coscienza collettiva greca", spiega Nilos Marantzidis, che insegna scienze politiche all'università di Macedonia a Salonicco. "Il suo gesto rivoluzionario durante la guerra è stato il momento decisivo della sua carriera. Ma le sue idee sono cambiate nel tempo. Il Glezos degli anni cinquanta era molto diverso da quello degli anni ottanta. Ma durante tutto il suo percorso politico si può osservare una costante: per lui la Grecia è una nazione unita che deve sempre lottare contro nemici esterni".

Negli anni ottanta Glezos, all'epoca membro dell'Eda (un partito di sinistra), si è presentato a tre elezioni nelle liste del Pasok, il partito socialista di Andreas Papandreou, che ha governato la Grecia per gran parte degli anni Ottanta. È durante questo periodo che lo stato ha cominciato ad accumulare debiti enormi.

mercoledì 15 febbraio 2012

Il mondo ha bisogno di 600 milioni di nuovi posti di lavoro





Stephanie Kelton 

Tradotto da  Alba Canelli
Editato da  Curzio Bettio

L'Ufficio Internazionale del Lavoro (ILO) ha appena pubblicato un equilibrato rapporto sulla crisi galoppante in atto nei mercati del lavoro mondiali. Abbiamo iniziato il 2011 con 900 milioni di lavoratori poveri, che guadagnano meno di 2 dollari al giorno, e altri disoccupati fino a 1,1 miliardi di persone - una su tre della forza lavoro globale. Alla sovrabbondanza degli attuali 200 milioni di disoccupati, i mercati del lavoro globale vedranno aggiungersi ogni anno, in media, quaranta milioni di nuove persone in cerca di lavoro. Ciò significa che sarà necessario creare 400 milioni di posti di lavoro nel prossimo decennio per evitare un ulteriore aumento della disoccupazione. Per dare lavoro a tutti coloro che vogliono lavorare, il mondo ha bisogno di 600 milioni di nuovi posti di lavoro.


Preoccupa, comunque, il rallentamento della crescita globale, il che significa che ai mercati mondiali del lavoro risulterà difficile tenere il passo con la crescita della forza lavoro, figuriamoci recuperare il terreno perduto. Nel 2011, la crescita globale è rallentata dal 5,1% al 4%, e il FMI avverte di un ulteriore rallentamento dal 2012.

Il rapporto ILO mette in guardia che anche un modesto rallentamento nel 2012, vale a dire di 0,2 punti percentuali, significherebbe 1,7 milioni di disoccupati in più entro il 2013.

Il rapporto fa luce anche sull’impatto che le politiche fiscali troppo rigide hanno avuto sulla crescita e sull’occupazione, a partire dai programmi di austerità distruttiva di posti di lavoro che sono diventati così comuni nell’Eurozona.

Altrove, in nazioni con politiche ad ampio margine di manovra, i governi hanno perso il loro forte desiderio compulsivo alla fiscalità, dato che l’accresciuta insicurezza e la fiducia abbattuta dei consumatori mantengono debole la domanda del settore privato.

 

Analiticamente, il rapporto inizia con una nota importante, con l’analisi che utilizza l’approccio al “bilancio settoriale”, così essenziale al quadro della moderna teoria monetaria (MMT).
Il rapporto evidenzia le (negative) implicazioni che hanno per il risparmio privato le restrizioni portate ai bilanci pubblici.
Purtroppo, gli autori del rapporto non riescono ad afferrare abbastanza l’essenza della MMT e quindi sviluppare un’analisi del tutto convincente, in particolare quando si tratta di distinguere tra coloro che emettono moneta e gli utilizzatori della moneta.
Di conseguenza, il rapporto si conclude con una fiacca ricetta politica per affrontare “l’urgente sfida della creazione di 600.000 mila posti di lavoro produttivi nel prossimo decennio.
Di seguito sono riportati alcuni stralci (il grassetto è mio) per far comprendere le conclusioni principali dello studio.
“Anche se solo pochi paesi si trovano ad affrontare gravi sfide fiscali ed economiche a lungo termine, la verità è che l’economia globale si è indebolita rapidamente nella misura in cui l’incertezza si sta diffondendo al di là delle economie avanzate. Di conseguenza, l’economia mondiale si è spostata ancora più lontano dal percorso tendenziale del periodo prima della crisi, e nella congiuntura attuale, anche un “double dip” (1) rimane una possibilità concreta.
“È sempre più evidente un circolo vizioso innescatosi tra il mercato del lavoro e la macro-economia, in particolare nelle economie sviluppate: l’alto livello di disoccupazione e la bassa crescita dei salari stanno riducendo la domanda di beni e servizi, fattore che ulteriormente deteriora la fiducia delle imprese e aumenta le loro esitazioni in materia di investimenti e assunzioni.
Rompere questo ciclo negativo è essenziale affinché possa mettere radici una ripresa sostenibile.
In gran parte del mondo in via di sviluppo, tali aumenti di produttività sostenibile richiedono un’accelerata trasformazione strutturale – un passaggio verso attività a più alto valore aggiunto, con un progressivo abbandono di una agricoltura di sussistenza come principale fonte di occupazione e riduzione della dipendenza dai volatili mercati delle materie prime come fonte di rimesse dalle esportazioni.
“Ulteriori incrementi dallo sviluppo nel settore dell’istruzione e delle competenze professionali, adeguati sistemi di protezione sociale che garantiscano gli standard elementari di vita ai più vulnerabili, così come un rafforzamento del dialogo tra lavoratori, datori di lavoro e governi: tutto ciò è necessario per assicurare un generale sviluppo costruito su una ripartizione giusta ed equa dei profitti economici.
Le bolle speculative sul mercato degli immobili e su altre attività prima della crisi hanno creato sostanziali distorsioni settoriali, che necessitano di una ristrutturazione e che richiederanno trasformazioni del mondo del lavoro lunghe e costose, sia in un generale ambito economico che all’interno dei singoli paesi.
Per affrontare la recessione prolungata del mercato del lavoro e mettere l’economia mondiale su un percorso di ripresa più sostenibile, diversi cambiamenti politici si rendono necessari.
In primo luogo, le politiche globali devono essere coordinate con maggiore fermezza.
La spesa pubblica finanziata dal debito, e il contemporaneo lassismo monetario da parte di molte economie avanzate ed emergenti all’inizio della crisi non è più un’opzione praticabile per tutte loro. Infatti, il forte aumento del debito pubblico e le conseguenti preoccupazioni circa la sostenibilità delle finanze pubbliche in alcuni paesi hanno costretto quelli più esposti ad aumentare i premi di rischio del debito sovrano per realizzare una drastica stretta economica.
Tuttavia, gli effetti di ricaduta positivi dalla spesa fiscale dei paesi e dalla creazione di liquidità possono essere notevoli e, se utilizzati in maniera coordinata, potrebbero consentire ai paesi che hanno ancora un margine di manovra di sostenere sia le loro economie sia l’economia globale.
Ciò che occorre ora sono proprio tali misure di finanza pubblica coordinate, per sostenere la domanda aggregata globale e stimolare la creazione di posti di lavoro per il futuro.
Secondariamentela riparazione e la regolamentazione più consistente del sistema finanziario, potrebbero ripristinare la credibilità e la fiducia ...
In terzo luogo, ciò che è più necessario ora è puntare sull’economia reale per sostenere la crescita di posti di lavoro. La particolare preoccupazione dell’ILO resta il fatto che, nonostante le buone dosi di incentivazioni, tali misure non sono riuscite a far rientrare l’aumento di ventisette milioni di disoccupati registrati a partire dall’iniziale impatto della crisi.
Chiaramente, le misure politiche non sono state ben mirate e hanno bisogno di una revisione in termini di efficacia... le politiche che hanno pienamente dimostrato la loro efficacia nello stimolare la creazione di posti di lavoro e nel sostegno dei redditi sono: l’estensione dei sussidi di disoccupazione e i programmi di ripartizione del lavoro, la rivalutazione dei minimi e dei sussidi salariali, così come il potenziamento dei servizi del pubblico impiego, i programmi di opere pubbliche e gli incentivi alle imprese - queste politiche producono un impatto visibile sull’occupazione e sui redditi.
In quarto luogo, ulteriori misure di sostegno pubblico da sole non saranno sufficienti a promuovere una ripresa sostenibile dell’occupazione. I responsabili politici devono agire con determinazione, e in modo coordinato, per ridurre la paura e l’incertezza che si frappongono agli investimenti privati​​, in modo che il settore privato possa riavviare il motore principale della creazione di occupazione globale.
Gli incentivi alle imprese per investire in impianti e macchinari, e quindi per allargare i loro libri paga saranno essenziali per stimolare una ripresa solida e sostenibile nel mondo del lavoro.
 “Quinto punto, per essere efficaci, le dosi di incentivazioni supplementari non dovranno mettere a rischio la sostenibilità delle finanze pubbliche, aumentando ulteriormente il debito pubblico. A questo proposito, una spesa pubblica pienamente supportata dagli aumenti delle entrate può ancora fornire uno stimolo all’economia reale, grazie al moltiplicatore del bilancio in pareggio.
In tempi di domanda vacillante, espandere il ruolo dello Stato nella domanda aggregata aiuta a stabilizzare l’economia ed esalta un nuovo impulso, sempre che l’aumento della spesa sia accompagnato da simultanei aumenti delle entrate fiscali.
Come sostenuto in questo rapporto, i moltiplicatori del pareggio di bilancio possono essere estesi, in particolare nell’attuale contesto di capacità  massicciamente sotto-utilizzate e di alti tassi di disoccupazione. Al tempo stesso, la spesa equilibrata da maggiori entrate fiscali assicura che il rischio di bilancio è mantenuto abbastanza basso per soddisfare i mercati dei capitali. 
Il rapporto si conclude con la seguente affermazione:
“Allo stesso tempo, una spesa bilanciata da maggiori entrate fiscali assicura che il rischio di bilancio è mantenuto abbastanza basso per soddisfare i mercati dei capitali. I tassi di interesse quindi, non verranno influenzati da tale scelta politica, e consentiranno agli incentivi di sviluppare il loro pieno impatto sull’economia.”
E questo costituisce il mio più grande problema relativo a questo documento: il rapporto non fa alcun tentativo di distinguere i paesi obbligati a soddisfare i mercati dei capitali da quelli che non ne hanno bisogno.
Come chiarisce la MMT (Teoria Monetaria Moderna, N.d.T.), gli Stati che emettono “moneta moderna” (ad esempio, valute a corso forzoso non convertibile) possono aiutare a ristabilire la crescita permettendo ai loro deficit di bilancio di espandersi, fino a quando il settore privato vede salvaguardate le sue posizioni di risparmio netto.
Solo gli Stati che operano con tassi di cambio fissi o altre incarnazioni del gold standard, del sistema aureo, sono costretti a inginocchiarsi davanti ai mercati dei capitali.
Se la gente comprenderà pienamente l’importanza della sovranità monetaria, potrebbe essere portato avanti un programma molto più audace di creazione di posti di lavoro.  
N.d.T.
(1) - Riferimento a un andamento dell’economia a W, vale a dire di una ripresa seguita da un altro calo. Il doppio minimo, o double dip, è rappresentato dai due punti di flessione inferiori della W. 

Per concessione di TLAXCALA
Fonte: http://www.neweconomicperspectives.org/2012/01/world-needs-600-million-new-jobs.html

giovedì 2 febbraio 2012

Massiccio ammasso di truppe USA individuato attorno all’Iran

Mac Slavo
http://www.infowars.com/massive-u-s-military-buildup-reported-around-iran-up-to-100000-troops-ready-by-march/


Mentre il presidente Obama e sostenitori hanno salutato il ritiro delle truppe Usa dall'Iraq come la fine della guerra nel Medio Oriente, dietro le quinte, il Pentagono sta tranquillamente ammassando truppe e degli armamenti su due isole situate a sud dello stretto di Hormuz, a poca distanza dall'Iran. 

Oltre 50.000 truppe statunitensi sono attualmente nella regione in attesa di ordini (a quanto pare non saranno a casa per lo scorso Natale come era stato originariamente promesso), Il Premio Nobel della Pace il presidente Barack Obama ha implementato di ulteriori 50.000 soldati per essere pronti a qualsiasi contingenza entro marzo.

 Fonti militari e di Washington – in esclusiva per DEBKA-Net-Weekly – riferiscono che il presidente Barack Obama abbia segretamente ordinato alle forze militari di aria e di mare ed ai marines, di apprestare dei pesanti dispiegamenti militari sulle due isole strategiche di Socotra, che è parte di un arcipelago yemenita nell’Oceano Indiano, e sull’isola di Masirah – Oman – all’uscita sud dello Stretto di Hormuz.

 A partire dal 2010, gli Stati Uniti hanno silenziosamente iniziato a costruire a Socotra delle basi navali con una forza aerea gigantesca e con strutture per i sottomarini, centri di comando di intelligence e strutture per il decollo di droni volanti invisibili (stealth), quale parte di una catena di collegamento strategico fra le strutture militari USA dell’Oceano Indiano e del Golfo Persico.

Gli impianti di Socotra sono così segreti che non sono mai citati in nessun catalogo di strutture militari statunitensi in questa parte del mondo, che includono Jebel Ali e Al Dahfra negli Emirati Arabi Uniti; Arifjan in Kuwait, e Al Udeid in Qatar - tutto all'interno brevi tratte aeree da parte dell'Iran. Ulteriori forze Usa stanno inoltre versato in giustizia campo sul sterile, 70 chilometri lungo dell'Oman isola di Masirah , appena a sud del punto di ingresso Hormuz nel Golfo di Oman dal Mare Arabico. ...

Fonti militari occidentali familiarità con l'accumulo americano sulle due isole strategiche dire Debka-Net-Weekly che, pur non potendo citare cifre precise, sono testimoni della più pesante concentrazione della forza americana nella regione da quando gli USA invasero l'Iraq nel 2003 .

All’epoca, in previsione dell’invasione, furono ammassate nel Kuwait 100.000 uomini.
Oggi, queste fonti stimano – in base all’attuale ritmo di arrivi nelle basi delle due isole – che per metà febbraio saranno aviotrasportati su Socotra e Masirah 50.000 soldati, che si aggiungeranno ai 50.000 militari già presenti nella regione del Golfo Persico; così che in meno di un mese, Washington avrà un 100.00 militari pronti e disponibili per qualsiasi evenienza.

Su Socotra e Masirah sono riferiti atterraggi USA quasi quotidiani, con voli in arrivo dalla base navale di Diego Garcia, una delle più grandi strutture militari USA distante appena 3.000 km. La presenza militare americana nell’area subirà nella prima settimana di marzo un ulteriore incremento, quando tre portaerei USA – più una francese – con i loro gruppi di fuoco arriveranno nel Golfo Persico, nel Golfo di Oman e nel Mar Arabico.

Le tre portaerei sono: la USS Abraham Lincoln, la USS Carl Vinson e la USS Enterprise; più la portaerei a propulsione atomica francese Charles de Gaulle. Un quarto vettore degli Stati Uniti sarà in piedi nell'Oceano Pacifico, nel giro di pochi giorni dalle acque al largo delle coste dell'Iran. Fonte: Debka

domenica 29 gennaio 2012

L’Imperialismo in un’epoca a corto di liquidi: tempeste sotto la superficie



MK Bhadrakumar

Tradotto da  Curzio Bettio


La strategia di difesa degli Stati Uniti illustrata dal presidente Barack Obama a Washington il 5 gennaio viene condizionata dalla necessità di tagliare la spesa del Pentagono di quasi mezzo bilione (500 miliardi) di dollari nel prossimo decennio. Innegabilmente, esiste qualche nota positiva nella prospettiva che questa sia una strategia determinata da disgrazie di bilancio - anche se Obama e il capo del Pentagono Leon Panetta hanno insistito sul fatto che si tratta in verità di pura e semplice strategia.
Nelle parole di Obama, “la marea della guerra si sta ritirando, quindi la questione a cui questa strategia risponde è di quale tipo di esercito noi [gli USA] avremo bisogno molto tempo dopo che le guerre dell’ultimo decennio si saranno concluse.”
Però una valutazione rigidamente contraria è stata attribuita all’influente repubblicano, presidente alla Camera dei Rappresentanti della commissione  sulle Forze Armate, Buck McKeon, che ha affermato: “Si tratta di una strategia condotta alla nostre spalle a favore di un’America di sinistra. Il presidente ha confezionato la nostra [statunitense] ritirata dal mondo nelle vesti di una nuova strategia, per mascherare la sua dismissione della nostra difesa militare e nazionale.”
La questione può essere risolta con una certa sicurezza solo dal mese prossimo, quando il ministero della Difesa degli Stati Uniti spiegherà nei dettagli le assegnazioni relative al suo bilancio proposte per il 2013, e arriveremo a conoscere dove sono stati fatti i tagli.


Infatti, altri tagli “automatici” nel  bilancio pari a 500 miliardi dollari sono previsti nel 2013, a meno che il Congresso non li revochi. Panetta ha già avvertito che un tale colpo sui finanziamenti sarebbe una catastrofe per la difesa degli Stati Uniti.
La scorsa settimana, Panetta ha indicato che il Pentagono starebbe per mettere in campo una forza militare “ridotta e di media entità”, mentre sono state riportate dichiarazioni di altri funzionari dell’amministrazione sulla possibilità che le dimensioni del personale dell’Esercito e del Corpo dei marines potrebbero venire ridotte dal 10 al 15 per cento nel prossimo decennio.
In buona sostanza, dunque, Gordon Adams, un professore che ha lavorato sui bilanci della Casa Bianca di Bill Clinton, è stato puntuale: “Questo è un classico documento di una strategia per far entrare risorse. Non serve muovere critiche, questa è la realtà. È inevitabile. Questa strategia mostra i sintomi del dollaro.”

Quindi, siamo alla fine della storia? L’imperialismo degli Stati Uniti sta ritirandosi dalla scena mondiale? I marines stanno impacchettando armi e bagagli per tornarsene a casa a ricongiungersi alle loro famiglie, per una vita sempre felice e serena?
In realtà, il documento strategico di difesa è ingannevole. Le cose sembrano cambiare, ma in realtà rimangono le stesse.
Il cuore della questione è che gli Stati Uniti stanno mettendo in atto solo aggiustamenti mediante i quali preparare un’altra Guerra Fredda, e, a differenza della Guerra Fredda condotta contro l’Unione Sovietica, questa sarà combattuta principalmente nella regione Asia-Pacifico.
Ma prima di entrare in questo argomento, è necessario comprendere  le caratteristiche salienti di questa strategia di difesa nazionale.
In poche parole, gli Stati Uniti preferirebbero non essere coinvolti più in imponenti invasioni di territori, come in Afghanistan nel 2011, o in Iraq nel 2003; prioritaria diverrà la guerra informatica, con l’uso di droni senza pilota.


Le forze degli Stati Uniti “non saranno più dimensionate per condurre su larga scala operazioni prolungate di stabilità” recita il documento, e anche piccole incursioni all’estero saranno più rare, dal momento che “con risorse limitate, dovranno essere compiute scelte ragionate per quanto riguarda la posizione e la frequenza di queste operazioni.”
Gli Stati Uniti ridurranno il numero di armi nucleari nei loro arsenali, nonché rivedranno il loro ruolo nella strategia della sicurezza globale.
Viene dato l’addio all’obiettivo vecchio di decenni di una forza unilaterale degli Stati Uniti che possa combattere contemporaneamente due importanti guerre, e invece l’obiettivo sarà quello di “combattere e scoraggiare” – vale a dire combattere “una guerra e… mezza”. Quindi, gli Stati Uniti faranno il possibile per operare con forze alleate e di coalizione.
In breve, può essere prevista in anticipo un’espansione dell’utilizzo di contractor dell’esercito statunitense, di spie e droni, e di appaltatori che gestiscono la logistica militare all’estero – e un accentuato impiego in campo di alleati fedelissimi come la Gran Bretagna e l’Australia, (a differenza di Francia o Germania), che sono immancabilmente a fianco dei marines quando questi sono impegnati in interventi all’estero, così come di nuovi partner come il Qatar.
Il piano è infatti quello di ridurre significativamente le dimensioni dell’esercito e contare molto di più sulla capacità di forze aeronavali per equilibrare un competitore come la Cina o per sottomettere un antagonista come l’Iran.

Sfide asimmetriche
La contrazione necessita di un ridimensionamento in Europa della presenza militare adatta all’epoca della Guerra Fredda. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti “di necessità andranno a compensare verso la regione Asia-Pacifico”, e quindi manterranno una grande presenza in Medio Oriente.
Senza dubbio, la regione Asia-Pacifico diventa ora per gli Stati Uniti una priorità assoluta per affrontare la sfida posta dal crescente potere regionale della Cina.
Obama ha sottolineato ai media che “andremo a rafforzare la nostra presenza nell’area Asia-Pacifico, e i tagli di bilancio non avverranno a scapito di questa regione critica.”
Chiaramente, per costruire infrastrutture in Asia-Pacifico, gli Stati Uniti dovranno ridurre gli spiegamenti in Europa, (ma non nel Medio Oriente), e trovare risparmi nella contrazione di indennità e di benefici pensionistici, nei sistemi d’arma della Guerra Fredda e nell’arsenale nucleare.
L’impatto della nuova strategia di difesa sui conflitti regionali e sulla politica mondiale potrà essere valutato solo una volta che saranno conosciute tutte le risposte sulle conseguenze dirette di bilancio, il mese prossimo. Ma può essere già fatta qualche stima preliminare di ciò che sarà realmente la presenza militare degli Stati Uniti.


In primo luogo, si deve presumere che l’intenzione degli Stati Uniti sia infatti quella di allontanarsi dai paradigmi delle contro-rivoluzioni, dalle invasioni di territori e da operazioni di terra.
Ciò non dovrebbe sorprendere, dato che l’anno scorso l’ex ministro della difesa Robert Gates dichiarava pubblicamente che ogni futuro leader con progetti di guerra e di occupazione militare di un paese nel Medio Oriente “dovrebbe farsi visitare il cervello”.
Vale a dire, interventi militari da parte degli Stati Uniti sullo stile “Iraq” possono essere di fatto esclusi in Siria, nell’Iran o contro la Corea del Nord.
L’intervento del tipo “Libia” sostituisce la classica aggressione militare. Un’alternativa potrebbe essere un’operazione del tipo “Iraq” per modificare, attraverso un’impresa condotta al rallentatore, certi confini territoriali stabiliti. Il successo di un’operazione del tipo “Iraq” dipende dalla tenacia a conseguirlo, sempre che l’intervento sia economicamente efficiente.
A dire il vero, l’Iran sta diventando un banco di prova dove, senza un’“implosione” (che è quasi impossibile), un cambiamento di regime può avvenire solo attraverso una massiccia operazione di terra, però di una natura tale da impegnare ben più grandi risorse rispetto alla guerra in Iraq nel 2003, per un periodo prolungato, almeno un decennio, per soggiogare una nazione con una storia di resistenza e rivoluzione e un sistema di potere esercitato ideologicamente che gode il consenso di una base sociale sostanziale. D’altra parte, l’Iran presenta anche un mosaico di etnie.
Detto questo, la strategia sarà quella di affrontare l’Iran (e la Cina) proiettando la potenza militare degli Stati Uniti sul Golfo Persico e il Mar Cinese Meridionale, e di scoraggiare l’Iran (o la Cina) dalla ricerca e dall’impiego di mezzi asimmetrici – missili balistici e da crociera, strumentazione da guerra elettronica e cibernetica, difese aeree avanzate, posa di mine, ecc - per contrastare le potenzialità di proiezione della potenza degli Stati Uniti.
La strategia insiste sul fatto che gli Stati Uniti “garantiranno la loro capacità di operare efficacemente in scenari di contrattacco e di impedimento all’accesso in determinate zone ... [gli USA] devono mantenere la loro capacità di proiettare potenza in aree in cui viene sfidato il nostro accesso e la nostra libertà di operare.”


Guardando al di là di tutto ciò, gli Stati Uniti continueranno ad esercitare il loro potere globale, da superpotenza che deve “garantirsi la libertà di accesso in ogni dove, in aree del mondo situate al di fuori della loro giurisdizione nazionale, che costituiscono il tessuto connettivo vitale del sistema internazionale.”
La nuova strategia valuta che al-Qaeda sia stata ben limitata “nel suo potere di colpire”, ma comunque, rimane attiva e continuerà a minacciare gli interessi degli Stati Uniti, e in un “prevedibile futuro”, è necessario un approccio concreto per contrastarla.
Le “basi importanti di queste minacce” sono individuate con appoggi nell’Asia meridionale e in Medio Oriente. Questo diventa per gli Stati Uniti una giustificazione per continuare l’impegno robusto nelle due regioni.
Per quanto riguarda l’Afghanistan, viene contemplata un’azione supplementare al ritiro attuale delle truppe usamericane, un “mix di azione diretta e di assistenza alle forze di sicurezza”. Implicitamente, in Afghanistan si confermerà per lungo tempo a venire una sostanziale presenza di truppe da combattimento e di forze speciali statunitensi, e la minaccia di al-Qaeda deve venire intesa come l’alibi per il permanente consolidamento di basi militari statunitensi

La quiete si trova nelle steppe
Tre sono i settori principali che meritano una dettagliata analisi nel documento sulla strategia di difesa, dato che presentano profonde implicazioni per la sicurezza regionale e internazionale per il prossimo futuro – il ridimensionamento degli Stati Uniti in Europa, il loro consolidamento in Medio Oriente, e il “riequilibrio” verso l’area Asia-Pacifico.
Il documento fa menzione ripetutamente del fatto che l’Alleanza trans-atlantica e la North Atlantic Treaty Organization [NATO] rimarranno i punti fissi delle strategie globali degli Stati Uniti nel XXI secolo.
Di fatto, la criticità dell’Alleanza è tale che il ruolo della NATO non è più confinato ai limiti territoriale dell’Europa, ma si va ad estendere su scala globale nel momento in cui gli Stati Uniti conferiscono priorità  per i futuri interventi militari in terre straniere alla collaborazione con il sistema di alleanze, piuttosto che ad imprese unilaterali.
In secondo luogo, il documento chiarisce che gli Stati Uniti sono ben lungi dal ritiro completo dall’Europa. Sicuramente, diventa opportuno un ridimensionamento della presenza militare tipica della Guerra Fredda, dal momento che un paese come la Germania sempre più vuole contare per sé, ed è anche avveduto, poiché la Russia senza fare sforzi di immaginazione non rappresenta alcun pericolo per la sicurezza dell’Europa occidentale.


Così, la realtà geopolitica emergente è che gli Stati Uniti avranno “interessi permanenti” nei conflitti cosiddetti “raffreddati” in parti d’Europa e dell’Eurasia, così come in altre sfide alla sicurezza, che possono essere adeguatamente affrontate come e quando lo esigono le contingenze. In breve, Washington si ripropone di cogliere “un’opportunità strategica per riequilibrare gli investimenti militari usamericani in Europa”, in modo da poter concentrarsi sullo sviluppo ottimale di “future potenzialità” adeguate ad una “epoca di restrizioni di risorse”.
Il nuovo mantra è “Smart Defence”, difesa intelligente. Ovviamente, gli impegni degli Stati Uniti rispetto all’articolo 5 della Carta atlantica resteranno incrollabili, e nessuno dovrebbe lanciare il malocchio sugli alleati della NATO degli Stati Uniti.

Nel documento si fa menzione alla Russia, come di un paese con il quale gli Stati Uniti continueranno a impegnarsi in modo speciale. Ma alla Russia non vengono offerte assicurazioni sul dispiegamento alla sua periferia del sistema di difesa missilistico degli Stati Uniti o sulla futura espansione della NATO.
Il riferimento sottolinea la determinazione degli Stati Uniti a coinvolgere la Russia in “sfide per la sicurezza” e sulle questioni di “conflitti irrisolti” in Eurasia; d’altro canto, Washington pone contrasti di qualsiasi tipo a Mosca, che sta accelerando processi di integrazione in atto nella regione, soprattutto tra oggi e il 2015.
Un interessante puzzle è quello che si presenterebbe se la “Primavera araba” dovesse arrivare nelle steppe dell’Asia centrale. Tutte le indicazioni sono che un tale scenario accoglie sempre più favore nell’area di considerazione degli Stati Uniti.


Proprio la settimana scorsa, l’ambasciatore William Courtney, inviato a rappresentare gli Stati Uniti ad Astana, la capitale del Kazakistan, ha scritto un articolo – cosa di interesse, nel principale quotidiano arabo “Khaleej Times” - riflettendo profondamente sul futuro del Kazakistan. “Kazakistan nel precipizio”, il titolo dell’articolo, diceva tutto.
Courtney sottolineava gli “importanti interessi degli Stati Uniti” in Kazakistan, che spaziano dalla “produzione di energia all’eliminazione delle armi nucleari e biologiche, fino al transito dei vitali rifornimenti NATO per l’Afghanistan.”
(Alcuni commentatori statunitensi hanno recentemente cominciato a citare il Kazakistan come il vero “hub”, lo snodo critico, della Rete di Distribuzione del Nord, piuttosto che l’Uzbekistan).

Courtney ha scritto:
“Le persone in Kazakistan che cercano maggiore libertà guardano a Washington e alle capitali europee per ottenere appoggi ... Dopo più di due decenni fra ricchezze e corruzione sempre crescenti, l’autocrazia morbida del Kazakistan si è indurita ... Come ho visto in recenti viaggi, gran parte del Kazakistan è stata deprivata di investimenti pubblici, mentre Nazarbayev ha trasformato la nuova capitale, Astana, in un mini-Dubai.
I pochi privilegiati sono sorprendentemente ricchi. Disuguaglianze economiche, gestione della cosa pubblica autoritaria, e uno stile di governo altamente personalizzato hanno alimentato risentimenti diffusi.
I governi occidentali, calibrando con attenzione il loro interesse, non dovrebbero perdere tempo nell’approfondire il loro impegno con i leader più promettenti, compresi quelli più giovani al governo. Scambi professionali e di istruzione intensificati e l’addestramento a forme democratiche della politica potrebbero aiutare a preparare la strada ad una generazione nuova e più aperta di leader. Insediamenti occidentali di difesa potrebbero intensificare la formazione di natura democratica dei comandi militari.
Un nuovo accordo con l’Unione europea dovrebbe espandere i programmi di gestione giuridica, e l’OSCE dovrebbe aumentare sul campo la sua presenza di stabilizzazione.
L’Occidente ha un enorme interesse verso il Kazakistan, quindi si può fare di più per aiutare il suo popolo nella costruzione di un futuro democratico.”
Naturalmente, la campana rintocca non solo per il Kazakistan, ma anche per l’Uzbekistan, il Kirghizistan, il Tagikistan e il Turkmenistan, che gli Stati Uniti considerano piuttosto “frutti pronti per essere colti”, in confronto con il Kazakistan che può essere considerato frutto già maturato e spiccato, o che comunque cadrà da solo ad uno scossone dell’albero.
Evidentemente, si sta approntando un piano operativo per un cambio di regimi nella regione dell’Asia centrale, che può essere messo in moto solo se Kabul viene condotto sotto un governo “amico” islamista, e solo se gli Stati Uniti riescono a stabilire loro basi militari in Afghanistan. Senza dubbio, i tumulti del 16 dicembre nella città del Kazakistan occidentale, Zhanaozen, sono stati amplificati a dismisura dai commentatori statunitensi, tra cui Courtney.


Quindi, si deve concludere che la nuova strategia di difesa presentata a Washington dipinge un quadro di ingannevole calma in Europa ed Eurasia, ma sotto la superficie stanno fermentando tempeste. La bufera assumerà impulso in proporzione diretta ai processi di integrazione in corso nell’Asia centrale, portando alla formazione di una Unione euro-asiatica entro il 2015.
In breve, il momento decisivo della crisi probabilmente si verificherà poco più avanti.



 

La “rivoluzione colorata” continuerà ad essere il percorso più indicato per gli Stati Uniti ad effettuare un cambio di regime in Asia centrale. Ma i limiti nella capacità di intervento da parte degli Stati Uniti non possono non essere notati. Come un osservatore perspicace ha sottolineato di recente, gli Stati Uniti sembrano un “affittuario piuttosto che un onesto proprietario terriero di terra eurasiatica” - e un affittuario può sempre essere sfrattato dal proprietario.
In secondo luogo, i paesi dell’Asia centrale non possono che trovare odiosi i cambiamenti di regime violenti in Iraq, Afghanistan e Libia, e non desiderano passare attraverso un’esperienza simile.
Cosa più importante, sia la Russia che la Cina sono orientate verso politiche attive regionali con riguardo ai paesi dell’Asia centrale, politiche che concedono a questi paesi molto spazio di resistenza alle pressioni degli Stati Uniti.
Rimane il fatto che i paesi dell’Asia centrale sono una parte integrante della cosiddetta Rete di Distribuzione del Nord [NDN], che sta assumendo sempre maggior importanza strategica come via principale dei rifornimenti per la guerra statunitense in Afghanistan, a causa della rottura e della sfiducia nelle relazioni degli Stati Uniti con il Pakistan, con la conseguente chiusura delle vie di transito attraverso il Pakistan.
In effetti, questo significa che “gli strateghi della politica russi possono ora trarre conforto dal fatto che la missione della NATO in Afghanistan diviene ostaggio della buona volontà di Mosca”, per citare Richard Weitz, direttore del Centro di Analisi politico-militari presso l’autorevole centro studi del “Washington Hudson Institute”.

Weitz ha scritto:
“La NDN non può funzionare senza accedere al territorio russo o senza affrontare l’opposizione della Russia, data la decisiva influenza di Mosca sulle repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale. Considerando che le esigenze logistiche della NATO in Eurasia devono essere soddisfatte, Mosca occupa una posizione chiave.”
In termini geopolitici, questo significherebbe che gli Stati dell’Asia centrale continuerebbero a puntare su Mosca come principale fornitore di sicurezza per la regione, e finché Mosca continua a migliorare i propri interessi politici, economici e di sicurezza in quest’area, commisurati al suo stato di grande potenza, la capacità degli Stati Uniti di presentare se stessi come i “giusti della storia” rimarrà fortemente limitata.
Punto critico
Questo ci riporta al Medio Oriente e all’Asia-Pacifico, come ai due principali teatri in cui ci si può attendere che venga messa in azione a breve termine la nuova strategia di difesa degli Stati Uniti.
Il documento mette in chiara luce che in queste due regioni gli Stati Uniti intendono perseguire politiche vigorose, con l’intento di ottimizzare la loro influenza, e non sarà permesso che vengano contrapposte limitazioni  alle risorse del Pentagono.
Il documento afferma la continuità di approccio interventista degli Stati Uniti in Medio Oriente e la loro ricerca di egemonia regionale.
Si considera la Primavera araba come fonte di sfide per la strategia degli Stati Uniti, ma si colgono anche le “opportunità” che si presentano.


Nel breve termine, ci possono essere incertezze circa la direzione degli sviluppi nella regione, ma gli Stati Uniti possono aspettarsi una “collaborazione più stabile e affidabile” con i nuovi governi a carattere rappresentativo.
Nella strategia regionale degli Stati Uniti sono state scelte per importanza tre direzioni: il sostegno degli Stati membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo [GCC]; il contenimento dell’Iran; “garanzie assolute per la sicurezza di Israele”.
Il documento sottolinea che rimarrà prioritaria la grande presenza militare degli Stati Uniti nella regione. Tutto sommato, quindi, il senso generale del documento è che gli Stati Uniti faranno di tutto per perpetuare la loro egemonia regionale in Medio Oriente.
La decisa affermazione del sostegno alle oligarchie dominanti nei territori del GCC si traduce nella grande determinazione nel fare di tutto per mantenere il controllo sulle vaste risorse di petrolio e gas della regione.


Le prese di posizione differenziate degli Stati Uniti nei confronti delle primavere arabe - in tono minore l’approccio rispetto al Bahrein, Giordania e Arabia Saudita, e acuto fervore rivoluzionario per quanto riguarda la Libia e la Siria – enfatizzano il punto che la geopolitica sarà sempre al vertice della strategia degli Stati Uniti. A tal fine, gli Stati Uniti non incoraggeranno alcun “cambio di regime” nei paesi del GCC. Al contrario, gli Stati Uniti persevereranno con gli sforzi per forzare un cambiamento di regime in Siria.
Il modo di rapportarsi rispetto alle primavere arabe è direttamente collegato agli altri due schemi della strategia regionale degli Stati Uniti, in particolare, al contenimento dell’Iran e alla salvaguardia della preminenza regionale di Israele.
La realtà geopolitica è tale che la pretesa da parte dell’Iran di potenza ed influenza regionale pone questo paese in contrasto con gli interessi degli Stati Uniti e di Israele.
Allo stesso modo, l’ascesa dell’Iran come potenza regionale deriva da una molteplicità di fattori, che sono prima di tutto insiti nella sfera domestica, e su cui né gli Stati Uniti né Israele hanno una qualche possibilità di influenza - le risorse nazionali dell’Iran nel campo scientifico e tecnologico, il suo successo nell’opporsi e sconfiggere le sanzioni degli Stati Uniti, la sua complessiva forza militare, la sua tecnologia nucleare, il suo sistema politico con una sensibile base sociale e la sua ideologia unificante.


Quindi, le contraddizioni si stanno decisamente acutizzando.
Per gli Stati Uniti, è impensabile l’emergere di un’autentica potenza regionale in Medio Oriente. Gli Stati Uniti semplicemente non possono permettere alcun indebolimento della loro posizione di predominio in una regione strategicamente importante. Ma l’emergere dell’Iran come potenza regionale minaccia di fare esattamente questo, trasformando la geopolitica del Medio Oriente.
Negli ultimi tre decenni, gli Stati Uniti hanno messo in campo tutti gli stratagemmi del loro armamentario per distruggere o indebolire il regime iraniano. Ma l’Iran ha continuato a provocare e non è disposto ad adeguarsi. Quindi, si è arrivati ad un punto critico. Che altra opzione è rimasta agli Stati Uniti se non di scatenare una guerra contro l’Iran?

Corsa agli armamenti!
La parte più sensazionale del documento sulla strategia di difesa degli Stati Uniti riguarda il “ribilanciamento” verso la regione Asia-Pacifico.
In un certo senso, il documento si proietta in avanti e prevede un allargamento della Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti del 2010, per rinnovare la leadership globale degli USA e far avanzare i propri interessi nel XXI secolo, “basandosi sulle fonti di forza domestiche, mentre si sta plasmando un ordine internazionale in grado di affrontare le sfide del nostro tempo.”
L’approccio prevede principalmente l’aumento degli investimenti strategici degli Stati Uniti nella regione Asia-Pacifico, sfruttando le paure e i complessi dovuti alla crescita della Cina nella regione tra gli Stati dell’area Asia-Pacifico, alcuni dei quali hanno in corso irrisolte dispute territoriali con la Cina (che si dimostra non disposta a trattare) o hanno dovuto affrontare conflitti militari con la Cina nella storia moderna.
In particolare, il Mar Cinese Meridionale è diventato un’arena di disordini regionali, in cui gli Stati Uniti in una certa misura sono riusciti a fomentare sentimenti regionalisti e la resistenza contro una Cina “energicamente riottosa”.  


Chiaramente, gli Stati Uniti continueranno a ignorare gli avvertimenti della Cina contro il coinvolgimento di “forze esterne” negli affari della regione, e la strategia degli Stati Uniti sarà quella di istigare l’opinione pubblica regionale a mobilitarsi contro la Cina sotto la leadership statunitense.
Gli Stati Uniti insistono anche in modo noioso sulla modernizzazione dell’esercito della Cina, accusando questo paese di mancanza di trasparenza, e danno enfasi alle apprensioni regionali per un “revanscismo” della Cina.
Dall’ultimo documento si evince un aumento sostanziale delle spese militari degli Stati Uniti specifiche per la regione Asia-Pacifico, in modo che guadagni in credibilità la loro pretesa di essere i tutori della sicurezza per i paesi di quest’area. Una corsa agli armamenti nella regione si armonizzerà con gli interessi degli Stati Uniti, e la “minaccia cinese” si presta per la promozione delle esportazioni di armi statunitensi verso questa zona.


Esiste la forte probabilità che gli Stati Uniti faranno tutto il possibile per accentuare i contrasti nei rapporti fra gli Stati regionali da un lato - in particolare India e Giappone - e la Cina dall’altro. L’iniziativa degli Stati Uniti per avviare un dialogo trilaterale con il Giappone e l’India, (che ha visto la sua prima sessione a Washington nel mese di dicembre), può essere vista in questa luce. Allo stesso modo, il tentativo degli Stati Uniti di premere per inserire l’India in un blocco asiatico sotto la loro leadership risulta dal conciso riferimento all’India presente nel documento di strategia di difesa:
“Inoltre, dovremo espandere le nostre reti di cooperazione con i partner emergenti attraverso tutta la regione Asia-Pacifico, per garantire le risorse collettive e la capacità di proteggere gli interessi comuni. Gli Stati Uniti intendono anche investire in una partnership strategica a lungo termine con l’India, per sostenere la sua potenzialità di servire come punto di riferimento stabile economico regionale e come paese fornitore di sicurezza in un’area più allargata dell’Oceano Indiano.”

Intrufolarsi al momento dell’intervallo
Tuttavia, il successo della politica degli Stati Uniti viene impostato su diversi fattori, fra cui spicca la possibilità degli Stati Uniti di offrire un partenariato economico ai paesi della regione, fornendo un’alternativa rispetto al loro gravitare attorno all’orbita economica cinese, come sta succedendo oggi.
La Cina è in grado di mantenere il suo elevato tasso di crescita per almeno un altro decennio, inducendo ad un maggiore consumo il suo miliardo e 300 milioni di abitanti, che stanno acquisendo un reddito disponibile sempre più alto. Con l’aumento del PIL della Cina, i paesi della regione - non solo quelli direttamente periferici alla Cina, ma anche i paesi più lontani - non possono resistere alla attrazione del mercato cinese e vengono quindi inglobati nell’orbita economica della Cina.
I paesi di questa regione sono consapevoli di una realtà che sta consolidandosi sempre più, che la loro straordinaria dipendenza dal mercato cinese potrebbe fornire a Pechino nel corso del tempo il potere di “punire” coloro che remano contro gli interessi della Cina.


In sintesi, si rendono conto che sono mutati gli equilibri di potere nella regione, mentre, al tempo stesso, vige il paradosso che questi paesi si avvalgono anche dei benefici dal commercio e dagli investimenti con la Cina e stanno sfruttando la sua crescita, e questo vale anche per l’Australia, il più fedele alleato degli Stati Uniti nella regione Asia-Pacifico.
Un articolo, che ha visto come co-autore il “minister mentor” di Singapore Lee Kuan Yew, più di un anno fa così si esprimeva:

“C’è ancora tempo per gli Stati Uniti per contrastare l’attrazione della Cina, istituendo un accordo di libero scambio con altri paesi della regione. Ciò eviterebbe a questi paesi una dipendenza eccessiva dal mercato cinese ... le prospettive per un rapporto equilibrato ed equo tra il mercato degli Stati Uniti e quello della Cina sta diventando sempre più difficile. In questa regione, ogni anno la Cina attira più importazioni ed esportazioni dai suoi vicini rispetto agli Stati Uniti. Senza un accordo di libero scambio, la Corea, il Giappone, Taiwan e i paesi dell’ASEAN (Associazione degli Stati del Sud-est asiatico) verranno integrati nell’economia cinese - un risultato da evitare.”
Ma questo è più facile a dirsi che a farsi. Se non altro, si sta rafforzando negli Stati Uniti l’umore prevalente contro ogni nuovo accordo di libero scambio, e soprattutto si rendono evidenti sentimenti protezionisti. Per di più, questo è anche un gioco a cui la Cina non disdegna partecipare.
E finora, mentre gli Statunitensi e Lee Kuan Yew possono vedere la Cina come una minaccia economica, i paesi della regione – ma anche gli Europei! - continuano ad essere allettati dalla promessa di una Cina come opportunità economica.
In buona sostanza, invece di essere prescrittiva, la Cina finora si è adeguata alla creazione di situazioni “win-win”, vantaggiose per tutti, con i suoi partner dell’Asia-Pacifico.
La palese accentuazione della nuova strategia di difesa verso una guerra fredda con la Cina mira a neutralizzare la percezione diffusa nella regione Asia-Pacifico che il “momento unipolare” degli Stati Uniti stia finendo.


Tuttavia, l’assenza prolungata degli Stati Uniti dalla regione, dato il loro impegno nella “guerra al terrorismo” degli ultimi dieci anni, ovviamente, ha creato un nuovo paradigma, per cui i paesi della regione hanno cominciato a riflettere sulla stabilità, sicurezza e prosperità della regione in assenza della leadership dello Zio Sam.
I nuovi meccanismi regionali di cooperazione in questa area si sono conformati come il “10 +1”, [10 paesi membri dell’ASEAN più la Cina] e nuovi approcci allo sviluppo di una matrice di legami politici, economici e di sicurezza hanno fatto progressi sostanziali.
In sintesi, quindi, gli Stati Uniti praticamente cercano di intrufolarsi al momento dell’intervallo in una rappresentazione teatrale asiatica, che non prevede la loro presenza, o per cui non si ritiene necessaria la loro partecipazione al cast, tanto meno come primi attori.
Inoltre, la Cina non sta ferma a guardare, neanche un po’!


Un potente strumento nelle sue mani è il livello senza precedenti della sua interdipendenza economica con gli Stati Uniti. Il fatto che il presidente Barack Obama abbia iniziato il calendario diplomatico degli Stati Uniti per il 2012 delegando il ministro del Tesoro Timothy Geithner come inviato speciale a Pechino - subito dopo le stridule espressioni pronunciate a margine della sessione APEC a Honolulu e dopo il vertice dell’Asia orientale di Bali - sottolinea il vivo desiderio di Washington di impostare una voluminosa agenda positiva riguardante le relazioni USA-Cina.
[N.d.tr.: L’Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC) è un organismo per la cooperazione economica nell’area Asia-Pacifico, nato nel 1989, allo scopo di favorire la cooperazione e la crescita economica, il libero scambio e gli investimenti nell’area medesima.]
Naturalmente, Pechino ha accolto con gioia l’opportunità di rapporti cordiali.
I colloqui di Geithner con la leadership cinese hanno trasmesso il messaggio che i due paesi non hanno altra alternativa che quella di una cooperazione favorevole per entrambi.
 
Con una ripresa economica statunitense che si sta rivelando più lenta del previsto, il mercato cinese assume la massima importanza per incrementare il tasso di crescita negli Stati Uniti. Ancora, l’acquisto continuato da parte cinese delle obbligazioni del Tesoro degli Stati Uniti è di vitale importanza per la capacità degli Stati Uniti di conservare una sostenibilità finanziaria.
Ultimamente, si è verificata una curiosa convergenza di interessi rispetto all’isolare le rispettive economie dalle ricadute negative della crisi dell’Eurozona.
Sullo sfondo dei colloqui di Geithner a Pechino, il “China Daily”, quotidiano di proprietà del governo cinese, sottolineava:

“Anche se alcuni funzionari dell’amministrazione di [Barack] Obama si sono uniti nel gioco di attaccare violentemente la Cina, esperti di rilevo di questioni cinesi all’interno e nell’ambito della Casa Bianca sembrano essere più lucidi, motivo per cui alla Camera dei rappresentanti è stata accantonata la discussione sui rapporti dollaro-yuan, e il ministero del Tesoro non ha etichettato la Cina come 'manipolatore di valuta' ...
Prima della visita di Geithner, l’Assistente alla segreteria di Stato Kurt Campbell ha visitato Pechino e ha discusso sui recenti sviluppi nella penisola coreana, e il vice-presidente Xi Jinping è stato invitato a visitare gli Stati Uniti in febbraio. Speriamo che tali visite ad alto livello da entrambe le parti contribuiranno a dare certezza che le relazioni cino-usamericane si mantengano su una giusta direzione.”
In definitiva, il “riequilibrio” delle capacità militari degli Stati Uniti verso l’area Asia-Pacifico ha motivazioni complesse, quella di impegnare la Cina più in profondità, e contemporaneamente su un binario parallelo quella di attingere alla crescente prosperità dei paesi della regione, giocando sulle loro insicurezze, per poi condurle sotto la leadership degli Stati Uniti. Entrambe le iniziative sono necessarie per la ripresa dell’economia statunitense.
Il risultato finale sarà, contrariamente alle intenzioni apparenti della strategia di difesa degli Stati Uniti a proclamare una nuova Guerra Fredda in Asia-Pacifico, l’alta probabilità che Washington potrebbe finire per ottenere al massimo una pura e semplice “Guerra Fredda …dimezzata”. E una Guerra Fredda è inutile se non è completa e al cento per cento…salutare.

La dura realtà è che gli Stati Uniti non sono in grado più di ispirare fiducia nella comunità internazionale circa il loro “momento unipolare”. Gli ultimi dati allo scorso settembre mostrano che la dimensione del debito nazionale degli Stati Uniti ha raggiunto una nuova pietra miliare – 15.230 miliardi di dollari – e questo ora è troppo anche per il sistema economico usamericano nel suo complesso. La previsione a lungo termine è che il debito correrà più velocemente dell’economia e l’economia può avere bisogno di una crescita annuale del 6 per cento solo per stare al passo con i debiti galoppanti.



Fonte: http://www.strategic-culture.org/news/2012/01/13/imperialism-cash-strapped-era-storms-below-the-surface-i.html